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Gerarchia del menù: come titoli, sezioni e pesi guidano l'occhio

Come costruire una gerarchia visiva chiara nel menù con corpo, peso, maiuscole e spazio, perché il cliente trovi ogni sezione in un secondo e noti i piatti giusti.

Coprite un menù con la mano e sollevatela per un secondo. Cosa avete visto? Su un menù ben costruito la risposta è: cinque o sei titoli di sezione, il nome del ristorante e forse un piatto che spiccava. Su uno costruito male la risposta è un rettangolo grigio. Quell'impressione di un secondo è la gerarchia, e decide se il cliente naviga la pagina o ci sguazza dentro. Ecco come si costruisce la gerarchia con quattro strumenti, corpo, peso, maiuscole e spazio, e come verificare che la vostra faccia il suo lavoro.

La gerarchia ha solo tre o quattro livelli

Un menù ha bisogno di meno livelli di quanto si pensi. Il livello uno è il nome del ristorante o il titolo del menù, visto una volta. Il livello due è il titolo di sezione: Antipasti, Primi, Secondi, Dolci. Il livello tre è il nome del piatto. Il livello quattro è tutto il resto: descrizioni, prezzi, codici allergeni. Alcuni menù aggiungono un mezzo livello per le sottosezioni, come Pasta e Risotti sotto Primi, ma oltre quello l'occhio non riesce più a distinguere i livelli.

Ogni livello deve distinguersi dai vicini a colpo d'occhio, e la distanza tra i livelli deve essere più o meno regolare. Un difetto comune: un titolo enorme, tre livelli intermedi quasi identici e prezzi minuscoli. Il mezzo è dove il cliente passa il suo tempo, quindi è lì che deve stare il contrasto.

Il corpo: il rapporto tra i livelli

Partire dal testo corrente e salire è il metodo affidabile. Se le descrizioni stanno a 10 pt, nomi dei piatti a 11,5-12 pt si notano appena, titoli di sezione a 15-18 pt sono evidenti e il titolo a 26-36 pt è inconfondibile. Un rapporto di circa 1,25-1,5 tra livelli adiacenti è comodo; sotto 1,15 i livelli si confondono, sopra 2 la pagina sembra un manifesto.

Il corpo da solo, però, è uno strumento grossolano. Ingrandire tutto rende la pagina rumorosa senza renderla più chiara. Usate il corpo per i grandi salti, titoli e intestazione, e affidate le distinzioni più fini al peso e alle maiuscole.

Peso e maiuscole: i segnali silenziosi

Nomi dei piatti in semibold con descrizioni in regular è la mossa più efficace su un menù: stesso corpo, stesso carattere, separazione immediata. Evitate il vero grassetto per i nomi quando la descrizione sta subito sotto; un grassetto a 12 pt accanto a un regular a 10 pt risulta pesante e la pagina diventa a macchie. Un solo scatto di peso basta.

Le maiuscole fanno un lavoro simile per i titoli. Maiuscoletto o maiuscole con un po' di spaziatura tra le lettere (5-10 %) fanno leggere un titolo come un'etichetta e non come una frase, che è esattamente ciò che è un titolo di sezione. Tenete i nomi dei piatti in minuscolo con iniziale maiuscola: Baccalà mantecato con polenta, non Baccalà Mantecato Con Polenta. Le iniziali maiuscole su trenta piatti rallentano la lettura e ricordano una catena degli anni Novanta.

Lo spazio: lo strumento più forte e il più trascurato

Lo spazio dice all'occhio cosa sta insieme. Un titolo ha bisogno di circa il doppio dell'aria sopra rispetto a sotto, così si aggancia alla sua sezione invece di galleggiare tra due. I piatti di una stessa sezione distano 3-5 mm; le sezioni distano 10-14 mm su A4. Il nome e la sua descrizione quasi si toccano, 1-2 mm, perché sono un'unità sola.

Azzeccate queste proporzioni e potrete ridurre le differenze di corpo tra i livelli, perché lo spazio fa il lavoro. È così che i menù del fine dining riescono a sembrare gerarchici con due soli corpi: sono gli stacchi a portare la struttura.

Usare la gerarchia per vendere

Una volta fissati i livelli strutturali, un menù può permettersi un'eccezione: il piatto o i due piatti che volete vendere di più. Gli strumenti sono gli stessi, usati con delicatezza.

  • Date al piatto una descrizione su due righe quando i vicini ne hanno una o nessuna. Più parole significano più attenzione.
  • Mettetelo per primo o per ultimo nella sua sezione, dove l'occhio si ferma. Mai in mezzo a una lista di otto.
  • Aggiungete un piccolo segno costante, un simbolo discreto o un filetto leggero sopra e sotto. Non un riquadro: i riquadri si leggono come pubblicità e il cliente li salta.
  • Non ingrandite né appesantite il suo prezzo. L'enfasi è sul piatto, non sul numero.

Limitate tutto questo a due o tre piatti sull'intero menù. Se sei voci sono evidenziate, nessuna lo è.

Mettere alla prova la gerarchia

Tre test rapidi intercettano la maggior parte dei problemi. Primo, il test dello sguardo sfocato: strizzate gli occhi o guardate la pagina al 20 % di zoom. Dovete ancora vedere i titoli di sezione come forme scure distinte e i nomi dei piatti come una trama diversa dalle descrizioni. Secondo, il test cronometrato: date il menù stampato a qualcuno e chiedete il prezzo del secondo dolce; più di otto secondi significa che un livello manca o è troppo debole. Terzo, il conteggio: elencate quanti corpi, pesi e casse diverse ci sono sulla pagina. Più di sei combinazioni e la gerarchia è diventata rumore.

La gerarchia fa sembrare corto un menù lungo

Un menù con trenta piatti e una gerarchia chiara sembra più corto di uno con venti e nessuna struttura, perché il cliente legge solo i titoli e le due sezioni che gli interessano. Arrivarci non costa nulla in carta o stampa: è una manciata di decisioni coerenti su corpo, peso, maiuscole e spazio, prese una volta e poi ereditate da ogni aggiornamento. In Menu Atelier questi livelli sono integrati in ogni impaginazione generata, con titoli, nomi dei piatti, descrizioni e prezzi già separati per corpo, peso e spaziatura secondo lo stile scelto, e potete verificare che la gerarchia tenga sull'oggetto stampato ruotando il menù in 3D prima di esportare.

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